Lavoro e “ispirazione”: le tue decisioni raccontano molto di te.

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Il lavoro stanca.

Ispirarsi al lavoro d’altri per il proprio stanca decisamente meno.

Ma quanto risparmiamo in tempo e fatica ispirandoci lo perdiamo, sempre, in professionalità e credibilità (oltre che in correttezza).

Ma partiamo dall’inizio…

Plagio, copia o semplice “ispirazione”?

Persa nel mio mondo incantato dal quale i cattivi sono banditi, solo un anno fa mi sono resa conto che quanto avevo faticosamente studiato e creato per la mia attività (contenuti del sito, logo e payoff, rubriche per i social, ecc.) poteva essere oggetto di attenzione.

Di attenzione, si, ma non di quel tipo di attenzione che cerchiamo di suscitare in chi potrebbe essere interessato ai prodotti o servizi che offriamo.

Purtroppo parlo dell’attenzione di chi ritiene più facile plagiare, copiare o ispirarsi (a seconda dell’intensità della loro ispirazione…) anziché rimboccarsi le maniche e creare qualcosa di proprio!

Con la proattività che mi contraddistingue 😊 mi sono subito adoperata dal punto di vista tecnologico affinché l’ispirazione potesse essere limitata o almeno resa più complicata.

Ma con il tempo mi sono resa conto che bloccare questa pratica così fastidiosa è praticamente impossibile.

Il mio lavoro: una scelta importante.

Da qui la domanda: continuo ad investire tempo ed energie per creare e proporre contenuti che ritengo interessanti, condivisibili e fruibili da chi li legge?

Oppure smetto di pubblicare articoli e post ed impiego il mio tempo in altro modo, smettendo così di foraggiare i campioni dell’ispirazione?

La risposta è scontata, dato che sto scrivendo questo articolo.

Le motivazioni un po’ meno.

E a breve ti spiego il perché…

Chiamiamo le cose con il loro nome.

Ho cercato nel vocabolario Treccani i termini ispirazione , copiare e plagio.

Leggendo le definizioni dei primi tre vocaboli mi sono resa conto che la differenza di significato è minima.

Personalmente la definirei una semplice sfumatura che esprime quanta ispirazione decidiamo di prendere dall’idea di qualcun altro.

E poi c’è il lavoro.

A questo punto ho cercato la parola lavoro.

“…attività umana rivolta alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale.”.

Il prodotto derivato dall’ispirazione, dalla copia e dal plagio è considerato, quindi, comunque lavoro.

Ciò che cambia è quanto di nostro ci sia in quel prodotto e quanto, invece, è frutto del lavoro di altri.

Quale il limite accettabile?

Ragionando sul problema mi sono chiesta quale fosse il confine tra il copiare un lavoro e l’utilizzarlo quale ispirazione per creare un prodotto proprio.

C’è differenza tra qualcosa che vediamo e che fa nascere un’idea nella nostra testa (che poi sviluppiamo autonomamente) e la scelta di appropriarsi semplicemente del lavoro che qualcun altro ha svolto (probabilmente con fatica) prima di noi?

Sinceramente non sono riuscita a rispondere a questa domanda.

Però ho capito una cosa importante: la differenza tra le varie sfumature è minima, ma dice tanto di noi come persone e soprattutto come professionisti.

3 conseguenze della “ispirazione”.

Eh si, perché se decidiamo di lasciarci ispirare troppo non è solo una questione di correttezza.

Le conseguenze possono essere importanti anche per la nostra attività lavorativa.

Per una serie di motivi che ho identificato come segue:

Etica (ed etica professionale).

Se il nostro lavoro deriva da ispirazione dal lavoro d’altri dimostriamo di non conoscere (o di non osservare – coscientemente o meno -) i principi fondamentali dell’etica: il rispetto, la comunicazione ed il rapporto con gli altri, la fiducia, la professionalità e, più genericamente, l’onestà.

Il che ci porta al punto successivo.

Reputazione.

Quale reputazione possiamo crearci (e mantenere) se il nostro comportamento non è etico?

Se non rispettiamo il lavoro e la fatica di altre persone che, come noi, stanno lavorando?

Quale immagine forniamo se non siamo in grado di creare e sviluppare un’idea o un progetto personali, per cui siamo costretti ad attingere dalla creatività degli altri?

Ricordiamoci che le persone giudicano i fatti, non le belle parole: giocarsi la reputazione è un attimo, recuperarla è poi una vera impresa!

Competenze e professionalità.

Collegata al punto precedente è la questione delle competenze.

In assenza di punti di vista personali e programmi ben delineati viene a mancare anche la fiducia verso le nostre competenze (punto focale della scelta da parte di un potenziale cliente).

Le competenze, poi, sono alla base della nostra professionalità, che a sua volta è parte integrante della reputazione.

Non mi dilungo oltre, le conseguenze di un comportamento scorretto mi sembrano piuttosto evidenti.

E cosa dire di quando l’ispirazione viene esercitata nel proprio ambito professionale e verso colleghi?

In questo caso il comportamento è scorretto e pure stupido!

In linea di massima colleghi e professionisti dello stesso settore o della stessa tipologia frequentano gli stessi luoghi e gli stessi social, fanno parte degli stessi network, eccetera.

Ancora più facile, quindi, che il frutto delle nostre ispirazioni raggiunga la fonte ispiratrice o, semplicemente, che i nostri comportamenti creino voci di corridoio (o di chat, o di gruppo social) difficili da fermare.

Da qui ad essere identificati come professionisti scorretti è un attimo.

Con buona pace di quanto (forse) siamo bravi.

Insomma, se sono una commercialista e prendo ispirazione dal lavoro di un macellaio sono “solo” scorretta.

Se uso come fonte di ispirazione il lavoro di un’altra commercialista dimostro di essere veramente poco intelligente!

Vale la pena?

A questo punto mi viene da chiedere, a me stessa ed a te che leggi: vale la pena rischiare le conseguenze sopra citate per semplificarsi la vita?

È veramente meglio giocarsi una reputazione costruita in anni di lavoro che investire un po’ del proprio tempo e delle proprie risorse per idee e progetti che siano veramente nostri?

E se abbiamo da poco iniziato l’attività, vogliamo veramente essere bollati come “scorretti” prima ancora di avere acquistato autorevolezza con il nostro lavoro e le nostre capacità?

Personalmente rispondo un bel NO chiaro e forte a tutte e tre le domande (per quanto mi riguarda, retoriche).

Ma mi piacerebbe conoscere anche il tuo parere.

Se vuoi condividere il tuo pensiero in proposito lascia un commento oppure contattami: non vedo l’ora di conoscere la tua opinione su una questione così delicata!

Grazie e a presto.

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